Convivenza forzata. Vol. 5. Lo Straniero – s/t

Data di acquisto: 25 maggio 2016

Prologo. “Accettare l’attesa.”

Hype.

Raramente mi è capitato di aspettare tanto un album come questo de Lo Straniero. Se pensate che il 19 dicembre, giorno dell’ultimo concerto del 2015 in apertura a Nadàr Solo e Teatro degli Orrori ad Alessandria, c’era già un gran voglia di comprarglielo, potete capire quanto sia difficile “accettare l’attesa” fino alla primavera.
Già, peccato che in quel momento, oltre al disco fisico, mancasse pure un’etichetta.
È per questo che quando ho letto, tempo dopo, che La Tempesta avrebbe pubblicato il primo album di questa band rimasi piacevolmente sorpreso: da un lato è il gruppo che mancava alla label più importante del panorama alternative italiano; dall’altro i ragazzi avrebbero avuto per le mani un gran bel prodotto, vista la qualità (vedi sotto) solitamente dedicata ai propri artisti.

A questo proposito ho un piccolo aneddoto, raccontatomi da Francesco Seitone, chitarrista de Lo Straniero, incontrato per caso al FansOut una settimana dopo l’acquisto. Sarebbe un “off the record” ma spero non gli dispiaccia se lo riporto qui. Dopo aver inviato l’album a numerose etichette, i ragazzi de Lo Straniero decidono di tentare l’ultima carta, quasi disperata: inviare il disco a La Tempesta. È una scelta disperata perché, come ricorda Francesco, La Tempesta di solito non pubblica “opere prime”: per capirci, neppure i primissimi album dei Tre Allegri Ragazzi Morti, che pure gestiscono l’etichetta nella figura di Molteni, sono disponibili nel catalogo de La Tempesta.
Ecco, loro sì.
Non male come inizio, no?

Parte 1. Jet Lag

Come dicevo prima, La Tempesta si evidenzia sempre per un certo tipo di attenzione dedicata ai propri prodotti, a livello di presentazione e, soprattutto, a livello sonoro e questo primo lavoro de Lo Straniero non fa eccezione.
Parto dalla presentazione, cioè dal disco fisico.
L’artwork minimalista – curato da Valentina Francini, bassista della band (DIY!) – richiama lo stile adottato nei concerti: semplice ed efficace. In copertina c’è un uomo che si arrampica sul tetto di alcune case grigie “come in un videogioco a piattaforme, per poi rimanere in equilibrio sopra la città e lasciare che lo sguardo vada altrove”, come avevano scritto sul profilo Facebook della band. L’uomo è l’unica figura a colori, come se, solo salendoci sopra, sia possibile lasciarsi alle spalle il grigiume della città: ci vuole un po’ di distanza per vedere tutto dalla giusta prospettiva.

È questa la parola chiave di quest’album, prospettiva, ed esiste un solo modo per averla: raggiungerla in viaggio “a piedi o con la mente.”
Oppure in macchina, come faccio io.
E allora tiro fuori il disco, premo play e schiaccio sull’acceleratore.
E scappo.

Parte 2. Lame taglienti e spilli

Il primo impatto, buttato il cd in auto, è quello che si ha con un grande album. Molti dei pezzi non sono novità assolute per me: tre/quattro brani erano stati pubblicati in un mini EP, disponibile per un certo periodo su Soundcloud, mentre altri li avevo sentiti dal vivo almeno un paio di volte. Quello che riesco ad apprezzare è, in primis, la qualità “Tempesta” di cui scrivevo sopra: il tocco dell’etichetta di Pordenone si sente e questo album non sfigura accanto ai lavori di band come Zen Circus, Teatro degli Orrori, TARM e altri.
Anzi.

Il primo lavoro de Lo Straniero è un album a due velocità: ci sono le legnate – come ‘Braccia ribelli’, ‘Nera’ o l’omonima (e mia preferita), ‘Lo Straniero’ – e le danze sullo spillo – ‘Angeli sulla punta di uno spillo’, appunto, o la bellissima e vagamente calcuttiana, con quell’elenco infinito di luoghi, ‘Sotto le palme di Algeri’. Il gruppo è come se avesse saputo dosare il tiro new wave con le tendenze electro degli ultimi anni: al Magnolia, tempo fa, avevano suonato al MiAmi, beh, non avrebbero sfigurato neppure al Festival Moderno di settimana scorsa.

È la maturità di questo disco a sorprendere. Parte del merito è sicuramente di Gianni Masci, che ha saputo bilanciare il suono de Lo Straniero, suonando pure la batteria su alcuni brani, determinando una tessitura pulita e mai sbilanciata. Ma, forse ancor di più, visto che quei pezzi li suona tutte le sere, la figura chiave di quest’album è Luca Francia, l’uomo dei suoni de Lo Straniero. È lui, con i suoi synth e le drum machine, ad avere il compito più delicato: creare l’atmosfera giusta. Il lavoro di Francia è uno di quelli in cui, se va tutto bene, ti lascia quasi nell’oscurità, ma, se va male, manda a monte il pezzo/l’album intero: ecco, lui resta quasi sempre nelle retrovie, spuntando solo in alcuni momenti strategici e lasciando fare la parte del leone alle voci di Giovanni Facelli e Federica Addari e alle chitarre.
Beh, tutte le svisate del gruppo si devono ergere su una buona base e quella di Francia è solida come il marmo.
Davvero bravo.

Parte 3. “Io non mi riconosco, io me ne vado!”

Si diceva che questo è un album di prospettiva. Giovanni Facelli aveva detto che, per scrivere i propri brani, partiva da un punto di vista diverso, “più esterno”, come se per parlare della realtà fosse necessario distaccarsene: proprio come fa l’arrampicatore di palazzi in copertina di questo lavoro.

Anche i testi ruotano attorno a questo concetto: una fuga quasi sempre solitaria. Da ‘Nera’ – Esci fuori e non fai più itorno – alla corsa dei ‘Cavalli di carta’, arrivando al giro del mondo di ‘Sotto le palme di Algeri’, potete intuire, che quest’album non poteva trovare collocazione migliore di un abitacolo di un’automobile.

In questo senso le tracce che aprono e chiudono il disco sembrano tracciare un percorso circolare.
Quando il cielo si è aperto / noi eravamo pronti.
‘Speed al mattino’ è il pezzo che sa di caffè – decisamente corretto, con il basso della Francini che ti trascina fuori di casa. Si prende il respiro e…via! Si Parte!
Essere placido non è facile / in una piscina gelida.
‘Angeli sulla punta di uno spillo’, invece, è il brano che rappresenta l’arrivo. Eppure non sei a casa. Piuttosto è come se ti trovassi in albergo, in uno di quelli vicino agli aeroporti o alle autostrade, e non riesci a rilasarti.
È troppa la voglia di ripartire e di andare ancora più lontano.
E allora, via! Si riparte! E ancora!

In mezzo, oltre alle canzoni di fuga, vanno segnalati alcuni brani “atipici”: uno è ‘L’ultima primavera’, con quel testo dotato di sfumature psichedeliche e con la chitarra di Seitone che si lancia in un riff che pare uscito da un album surf degli anni ’60; poi c’è ‘1249 Modi’, un vademecum di “regole” per “riuscire meglio in tutto”, che potrebbe rappresentare la nostra Lonely Planet; infine ‘Rimango qui’, cantata interamente da Federica Addari, che parrebbe essere in netta controtendenza rispetto a quello che dicevamo prima: rimanere qui? Ma non si parlava di scappare via? Beh, ascoltando il ritornello capiamo tutto: Tanto tu mi vuoi così / Io rimango qui.
Perché, talvolta, per fuggire non serve neppure scappare lontano: basta rimanere fermi, a dispetto di tutto e di tutti quelli che ti vorrebbero cambiare.

Altro che Cani e Calcutta: è questo il futuro inno dei veri #SadPiskelli!
P.S. Porcoccanelaprossimavoltachevivedodovetefarmelaquestacazo!!

Conclusione. Mani strappate all’agricoltura?

Sì, è vero: questa rubrica si chiama ‘Convivenza forzata’ ma nel caso dell’esordio omonimo de Lo Straniero non potevo trovare album peggiore.
Nessuna sofferenza, nessuna forzatura: l’album che mi ha accompagnato nella mia (pen)ultima sessione esami, infatti, ha velocizzato il tempo più complicato (e palloso) dell’anno ed è diventato colonna sonora pure di alcune soddisfazioni personali che mi pare inutile elencare qui.
Ecco, ‘Lo Straniero’ è un album che assolve in pieno la sua funzione estraniante, creando un tempo a sé stante, un rifugio dalle incazzature quotidiane e con cui rilassarsi dopo il lavoro, che ti fa prendere bene quando stai per metterti in viaggio e che ti consola nei momenti di diludendo che ogni tanto la vita riserva.
Un disco che ti permette di ergerti sulla città e lasciarti tutto alle spalle.
In fuga.

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Feticci da post-iScream Fest (il libro autografato, se fate uno sforzo di immaginazione, riuscite a capire quale potrebbe essere…)

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