Supercazzole dalla #ScenaSabauda. Intervista agli Anthony Laszlo (29/07/2016, Alba, Fuori Citabiunda)

Tu mi chiedi una cosa e io ti parlo di un’altra.
Andrea Laszlo De Simone

È iniziata così la mia intervista a quei matti degli Anthony Laszlo che avrebbero incendiato il palco del Fuori Citabiunda di Alba pochi minuti più tardi.
Tra una supercazzola e l’altra il duo torinese si è fatto scappare qualche indizio (?) sul nuovo album – “il prossimo album sarà piuttosto violento” – e sui loro nuovi progetti ma, soprattutto, abbiamo parlato della situazione della #ScenaSabauda: in crescita, compatta (per quanto variegata), famigliare ma, forse, talvolta troppo chiusa…
Ma meglio non aggiungere altro: buona lettura (e buon divertimento!)

[Supercazzola Alert 1]

Poco tempo fa avete pubblicato alcune immagini di un possibile futuro video…
Laszlo: no, non è vero. Era uno scherzo. Volevamo fare un video ma poi ci siamo detti: no.
[Silenzio. Ride.]
Anthony: costa troppo fare i video e se non c’è qualche amico, tipo Gabriele Ottino [alza il tono di voce. Nda. Ottino ha diretto il video di ‘FDT] che te li fa, non si riesce a farli.
Laszlo: troppi effetti speciali. Per dire, noi eravamo seduti in quel video.

[Nda. Che, a guardare le foto, avrei dovuto chiedergli: ma dove?!?!? Vabbé…] 

Anthony: No, vabbé dai: vediamo.
Laszlo: come dice sempre Anthony, “Cicalabübu!” [ridiamo.]

[Nda. Come avrete intuito non è stato semplice trascrivere questo dialogo…]

Siete invece al lavoro su un nuovo album?
Laszlo: fra un paio di mesi iniziamo a registrarlo…Ma sto scherzando. [Ride] Sono serio ma scherzo solamente. [ridiamo.]
[Nda. vedi precedente nda.]
Anthony: no, più che altro abbiamo iniziato a suonare in sala…
Laszlo: ma non è vero! Perché gli devi dire così?
Anthony: sai quando sei in sala e dici: “Dai, facciamo un pezzo nuovo!” Ecco, non le abbiamo mai fatte quelle cose lì.
Laszlo: guarda, noi abbiamo un sacco di problemi economici. Quindi ora finiamo il mio disco e poi iniziamo il nostro. Questa è la pura verità. Ma…sto…scherzando! [ridiamo]
Anthony: ecco, però il prossimo disco sarà piuttosto violento…

[Supercazzola alert 2]

Voi avete uno stile garage-punk influenzato dalla musica anni ’60 nei testi…
Laszlo: tipo Biagio Antonacci, queste cose qua…No, vabbé, quello che ti posso dire su quello che hai detto è: no.
[Silenzio.]
[Ridono.]
No, esatto.
Sì, ma non ho ancora finito la domanda!
Anthony: ah, vedi noi abbiamo iniziato a parlare e lui non ce l’ha ancora fatta la domanda!
Laszlo: aspetta, aspetta, allora te la faccio io la domanda.
Dai, potrebbe funzionare.
[ridiamo]

Anthony Laszlo Live
Anthony si fa un riposino durante il live al Fuoricitabiunda.

Quello che volevo chiedervi è: voi avete questo stile particolare, che mischia garage e musica anni ’60. Come siete arrivati a questo suono così diverso da tutto quello che si sente in Italia?
Laszlo: qui c’è una risposta seria. È che noi non facciamo i musicisti dalla mattina alla sera! Noi viviamo normalmente, poi arriva il momento del concerto, saliamo sul palco e suoniamo. Lì può nascere qualcosa e questo succede proprio perché nella nostra vita facciamo delle esperienze! [ride] Se, dalla mattina alla sera, passassimo il nostro tempo a calcolare tutto, otterremmo il massimo risultato che tutti raggiungono. Invece questo è il nostro minimo risultato che, però, è diverso da quello di tutti gli altri! Quindi, in sostanza, credo che la risposta sia: baninianau [ricordatevi: più che un’intervista è una supercazzola…]
Io concludo con dei neologismi! [ride]
Anthony: io mi limito a ridere in questa intervista [ride] e mi scasserò dalle risate!
Laszlo: no, vabbé ero serio, dai.

In realtà è interessante: è la ricerca dell’autenticità della musica da parte di quelli che non si sentono musicisti al 100%.
Laszlo: noi siamo istintivi. Suoniamo qualsiasi cosa ed è quasi un caso che suoniamo questo e con questi strumenti. Lo facciamo perché ci piace molto ma non siamo programmatici, non facciamo le prove.
Anthony: non facciamo MAI le prove!
Laszlo: scriviamo le canzoni – da soli o assieme – e poi le facciamo come viene fondamentalmente. Anche perché noi sappiamo fare quello: se ci prendi come esecutori, ti dirò la verità, facciamo proprio cagare! [ride]

Beh, però, voi siete al lavoro su moltissimi progetti. Io vi ho visto dal vivo diverse volte: come Anthony Laszlo, prima dei Ministri, prima del Management Del Dolore Post-Operatorio col progetto di Laszlo e con Daniele Celona [nda. solo Anthony].
Laszlo: quando qualcuno ci chiama è perché vuole aggiungere un’incognita a quello che sta facendo, non perché siamo dei grandi esecutori.
Anthony: quello che mi dice sempre Daniele è che suonare con noi è figo perché non sai mai quello che capita. Prima di quel concerto non avremo fatto neanche tre prove.
Laszlo: è una cosa che ti insegna un particolare situazionismo, impari a cavartela.
Anthony: impari anche ad ascoltare gli altri e a conoscerli.
Laszlo: quando incontri qualcuno non hai un copione. Ora ti conosco e mi comporto normalmente: non è che devo filtrare chissà che! E lì accade la stessa cosa: sali sul palco e sei tu. Non personifichi qualcun altro. Sei tu.
Anthony: salgo sul palco e sono Anthony Sasso che fa delle cose diverse. Così suoniamo con Celona, con gli Est-Egò, con un altro progetto in cui siamo assieme io e lui e altre cinque persone: siamo noi due sempre e quella è la costante principale.

Voi siete legati alla INRI, etichetta in ascesa di Torino, e fareste parte anche di un certo circuito di band torinesi. Voi vi sentite parte di esso o vi considerate, comunque, un’anomalia non classificabile?
Laszlo: noi, dal loro punto di vista e dal nostro punto di vista, siamo dei matti.Questo ti costringe sempre a non essere pienamente parte di qualcosa, nel bene e nel male. Per il disco precedente eravamo in mano a INRI, per il prossimo si vedrà per diverse dinamiche, la prima delle quali è che siamo dei poveracci. Economicamente, non è detto che possiamo permetterci di andare in tour. Noi abbiamo dei tempi che non vanno molto d’accordo con questo discorso: dovremmo essere dei figli di papà per farlo.
Anthony: come la maggior parte dei musicisti…no, dai scherzo. [ridono]
Laszlo: noi possiamo andare solo al nostro tempo economicamente e psicologicamente. Quello che per gli altri è un limite per noi è una costante necessaria.

L’ultima domanda arriva solo in parte dal blogger e molto dal musicista, che, ogni tanto, prova ad andare a suonare da qualche parte e trova, spesso, dei muri. Ecco, quanto è difficile trovare spazio per suonare a Torino?
Laszlo: questa è una domanda doppia, perché è difficile in tutti i sensi. Suonare a Torino per chi non appartiene neanche marginalmente ad una scena che si autodefinisce così e si piazza dappertutto, noi inclusi, è complicato. C’è un giro di cose che può portare un pubblico minimo, perché i locali sono in crisi, tutti sono in crisi ed è una lotta al ribasso: pago poco e cerco di prendere il “nome”.
Anthony: si fa anche un po’ di “famiglia”, fatto che è giusto ma nello stesso tempo bisogna stare attenti a quello che era già successo in passato con i Subsonica e i Linea77 subito sotto e con la scena che si è dissolta poco dopo.
Laszlo: poi non è una scena a livello di identità ma a livello di situazione. Abbiamo tutti in media pochi soldi, il “lavoro” del musicista è un leggenda che non esiste nel contemporaneo: nessuno se lo può permettere, locali compresi, e, alla fine, si creano queste famigliole in cui si cerca di darsi una mano. Non c’è una scena identitaria: un tempo Levante e il Teatro degli Orrori si sarebbero fatti la guerra, adesso suonano assieme. Il denaro la fa da padrone: non abbiamo i soldi e quindi suoniamo assieme.
Anthony: uno alla fine ci vuole campare con questa cosa. Ma puoi partire da un obiettivo differente: cioè tu lo fai a prescindere dai soldi, da tutto quello che il sistema ti mette in testa: l’idea del “Io devo trarci per forza qualcosa.” No, non è vero: ci sono realtà differenti, ci sono cose che vanno oltre il denaro ed è per quello che noi siamo ancora qui. Anche se a livello di pubblico è stato una figata, il nostro tour non è andato splendidamente a livello di soldi.

Anthony Laszlo Live
Foto mossa (strano!) degli Anthony Laszlo. A mia discolpa posso dire che è davvero difficile fotografarli: non stanno mai fermi!

Laszlo: in sostanza, noi non possiamo permetterci di fare i musicisti ma lo facciamo lo stesso. Per tornare alla domanda, anche per chi suona a Torino normalmente, in realtà, è difficile. Il rischio è fare 13/14 concerti nella stessa città: e che cazzo te ne fai? Come Andrea Laszlo De Simone, ho smesso di fare concerti a Torino per un po’: ha poco senso per me, come crescita artistica, e per gli altri. Quando mi chiedono di suonare ancora rispondo: “No, perché ho già suonato tre volte qua.” E questo non è perché sono una rockstar ma perché non dovrebbero venirmi a sentire perché miei amici, per farmi una cortesia. Un conto è se la famiglia è di musicisti e basta, un altro è se sono musicisti che se la cantano e suonano tutti assieme. Torino è piccola: un concerto con 2000 persone nel pubblico significa un concerto con 2000 amici miei! [ride] Non è che non serve a niente: è un momento comunitario importante ma chi suona a Torino e ci suona tanto deve prendersi la responsabilità e dire, “Bene, lì oggi ci suona qualcun altro”. Magari quella persona ha bisogno di quelle 2000 persone.

Può essere anche un modo per trascinare gli altri, no?
Laszlo: sì, però si fa assieme. Io non credo molto nelle aperture da dieci minuti. Fai un concerto tu e poi faccio un concerto io, senno mi sembra di umiliare la gente. Del tipo, “Tu sei piccolo e suoni dieci minuti.” Se suoni, fai un concerto e ti spieghi alla gente. Ma è complicato, non lo fanno i musicisti e non sono liberi. Non è libero nessuno: per essere libero, devi essere ricco ma, quando sei ricco, purtroppo, sei schiavo. [ride] Quindi, davvero: non è libero nessuno.
Anthony: e con questo si chiude l’intervista.

Grazie ragazzi, per il tempo e pure per le supercazzole.
GRANDI, come sempre.
(Ma…sto…scherzando!)

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