Atti stronzi e camice di forza. Intervista degustata con il Management Del Dolore Post-Operatorio. (Nizza Monferrato, 03/06/17)

Pare una cosa da paraculo scriverlo ma, davvero, non so quanti musicisti si siano mostrati disponibili come Luca Romagnoli del Management Del Dolore Post-Operatorio.
Poco prima di salire sul palco del Fans Out (e poco dopo le interviste istituzionali) il cantante lancianese mi ha concesso una chiacchierata + degustazione a scrocco (a un Bicchiere d’Arte, uno degli eventi legati al festival) condita da una gentilezza disarmante. Abbiamo parlato di molte cose, a partire da un vecchio brano dimenticato…

In uno delle vostre prime canzoni dicevi: “Ballare con una camicia di forza / Non ne avevo proprio voglia.” Dopo cinque album quanto c’è ancora di questa folle forza primordiale all’interno del Management Del Dolore Post-Operatorio?
Luca Romagnoli: Noi siamo ancora questo. Questa frase, contenuta nella nostra prima autoproduzione [nda. Mestruazioni, 2008] che non consideriamo neppure come primo album ufficiale, rappresenta ancora come mi sento: sono passati dieci anni da quello ma vogliamo ancora portare questo sul palco. È un ballo forsennato, la nostra follia che però si deve sempre scontrare con un esterno, con la società in senso più ampio. Le persone che vogliono ragionare si sentono sempre bloccate da questa società, perché non offre un cazzo, è banale e inadatta alla felicità. Questa cazzo di camicia di forza, dopo dieci anni, ce la sentiamo ancora addosso. La nostra è, tra virgolette, una forma d’arte, che, per trasmettere, devi anche rappresentare, anche se ora lo esprimiamo diversamente.

Foto d’archivio: il Management live a Astimusica quattro anni da. (Foto di Vincenzo Nicolello)

Hai parlato di “forma d’arte.” Forse si potrebbe definire il Management Del Dolore Post-Operatorio come gruppo “artistico”, invece che semplicemente “musicale”? Penso a un lavoro come ‘McMao’, dove il lavoro di Veneziano va a sommarsi senza soluzione di continuità alla vostra musica…
Considerarci più in là di un gruppo musicale è troppo ma ci rendiamo conto che non c’è solo la musica. Quand’ero piccolo volevo fare tutto: scrivere un libro, fare il regista, fare il fotografo, il pornoattore…qualunque cosa! Quando ti rendi conto che hai le capacità di fare una cosa, ti concentri su quella: negli ultimi mesi ci stiamo concentrando sulle canzoni, sul fare un bel concerto, lasciando un po’ in secondo piano tutto il restoò. Da musicisti, ci sembra più importante la musica. Sicuramente ci ha sempre appassionato tutto quello che dobbiamo gestire nella produzione di un disco: dalla copertina alle magliette, da come ci vestiamo sul palco a come ci muoviamo su di esso. Non è che facciamo delle riunioni aziendali, eh! [ride] Però, è bello pensare a tutto questo perché, effettivamente, è una forma di espressione artistica. Noi, pur non essendo un gruppo ultra-alternativo o super-underground, non siamo neppure propriamente pop: trattiamo, alla fine, delle tematiche non distanti da quelle dell’arte contemporanea. Banalmente, si può pensare a Andy Warhol: la lattina di zuppa che ora pare una cazzata ma che porta un certo tipo di messaggio. Nel caso di Veneziano, un grande artista, è stato bello dargli la responsabilità di una copertina, anche per umiltà: alcune volte gli artisti perdono la testa e vogliono fare tutto. Collaborare con gli artisti è una cosa bella ma a ognuno l’arte sua.

Foto d’archivio: il Management con Lodo Guenzi a Sotto Il Cielo di Fred, 2014. (Foto di Matteo Bertolino)

Ti voglio proporre un confronto tra due citazioni di due gruppi vostri amici. La prima è dei Voina: ‘Promettimi che non lavorerò, non lavorerai mai.” La seconda è degli Zen Circus: “Tutti quanti sono artisti ed in fabbrica nessuno.” Arte e lavoro è un binomio inconciliabile? In una intervista, provocatoriamente, avevi detto che non riuscivi proprio a lavorare…
Noi lottavamo contro il lavoro, semplicemente perché non ne avevamo voglia! [ride] Io penso che tutti debbano fare la propria parte ma…odio il lavoro perché lo reputo umiliante! In quest’epoca il lavoro è quasi sempre una forma di schiavitù liberale, con questi lavori del cazzo che ti offrono, dove ti danno uno stipendio con cui non riesci ad arrivare alla fine del mese, a meno che tu non sia miliardario…  Riteniamo che sia un privilegio trasformare la propria passione in un lavoro: la mia vita non la regalo a nessuno per mille euro al mese. Poi, il nostro lavoro non ti dà alcun tipo di tranquillità: è un lavoro difficile. Magari qualcuno preferisce stare tranquillo e lavorare le proprie otto ore e tornare a casa: questo va benissimo. Per quanto riguarda l’arte, però, e soprattutto quando si parla di certi gruppi, non penso che si possa essere puri, se nel frattempo concedi la tua vita in cambio di uno stipendio. Un artista non deve mai scendere a compromessi con la propria arte. Chi è obbligato a piegarsi, a una forma di buonismo o di lecchinaggio, nell’arte, si vede. Un leccaculo di merda che striscia per tutta la vita, cosa cazzo mi deve insegnare in una canzone? Cosa mi devi dire? A meno che non mi parli del piacere di leccare il culo al tuo capo… [ride] Poi, non tutti sono così, non tutti sono degli schiavi ma credo che la propria vita si rispecchi in quello che scrivi: come fai a fare un certo genere musicale, a essere originale, se nella vita sei uno qualunque? Oddio, sembra che mi stia dando delle arie! Tutte le persone che salgono su un palco, di per sè, non sono comuni: è un atto di superbia, un atto un po’ stronzo. Già sei un pazzo se ci sali. Se attiri l’attenzione di qualcuno, vuol dire che hai anche qualche cosa da dire.

Un artista inglese, Damien Hirst, aveva creato un’opera d’arte –  The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living – che penso possa essere un buon compendio di visivo di alcuni aspetti più scuri della discografia del Management Del Dolore Post-Operatorio. Penso a brani come Requiem per una madre Se ti sfigurassero con l’acido, ad esempio, che smuovono qualche cosa di particolare dell’animo umano. Voi vi considerate un gruppo catartico in questo senso, un gruppo che lotta contro la morte?
In tutta la nostra discografia ci facciamo le stesse domande che si fanno tutti da duemila anni! [sorride] Alimentiamo gli stessi dubbi: la vita, la felicità, le possibilità dell’uomo di salvarsi, Dio/non Dio… Con queste idee ci scontriamo sempre. La nostra idea di libertà è che una persona non è sempre la stessa in tutta la vita: fra un minuto non sarai lo stesso che sei ora! Noi non siamo mai stati coerenti dal punto di vista discografico e perfino all’interno dello stesso live ci sono brani molto diversi tra loro: prima c’è il pezzo catartico ma dopo trovi quello in cui si parla di cazzo e di figa. Però c’è la stessa idea di fondo: l’energia della libertà, la forza delle proprie idee che è sempre una battaglia contro la morte. È chiaro che moriremo tutti ma questa forza vitale, che potremmo chiamare amore, è sempre una battaglia contro la morte. Anche i pezzi che sembrano raggiungere meno quel tipo di catarsi fanno sempre la stessa cosa, sbattendoti in faccia un’idea di felicità che può essere politica, filosofica o addirittura magica. Ci sono tutti questi aspetti, anche se apparentemente non sembra.

Domanda #SupportYourLocalScene: un musicista delle vostre parti che meriterebbe di esplodere.
Entro la fine dell’anno uscirà il disco di Nicola Ceroli* che è il batterista del Management e che non lo sarà più perché si dedicherà a questo progetto. Io che ascolto i suoi brani fin da quando era più piccolo lo so da sempre che deve succedere qualcosa. Siamo ancora qua assieme anche se non suoniamo più assieme e questo perché ci supportiamo a vicenda e apprezziamo quello che facciamo.

* Ceroli è seduto a fianco a noi per tutto il tempo dell’intervista. Quella sera avrebbe sostituito l’ammalato Valerio Pompei, l’attuale batterista del gruppo (e de IMURI). 

A Lanciano si sta creando una scena molto interessante: da questo progetto solista di Ceroli, fino ai Voina, passando per Marti Stone. Voi vi considerate degli ambasciatori di una sorta di “sound of Lanciano?”
Io per “sound of” intenderei più una voglia di farcela condivisa. Sotto certi aspetti, l’attitudine energetica che abbiamo noi e i Voina è simile. Qualche idea in comune può esserci, semplicemente perché parliamo e usciamo assieme. Possiamo dire che quando qualcuno da qualche parte, anche con tanta difficoltà, ha le palle e la fortuna di andare avanti, si genera un’energia positiva sotto forma di piccola scena musicale. Nella nostra città sono andate di moda per molto tempo le cover band, perché riempivano i locali e portavano soldi. Ma a un certo punto abbiamo iniziato a portare gente noi e i Voina e si è creato un nugolo di persone che fanno pezzi propri. Non ci sentiamo portatori di un suono particolare però sicuramente si è creato qualche cosa di positivo. Magari qualcuno, vedendoci, può pensare: “Allora, se l’hanno fatto loro, allora anch’io, invece che fare una cover di Ligabue, posso mettermi a scrivere pezzi miei.” In generale, l’epoca dei talent show è pericolosa perché un ragazzo giovane che li guarda può pensare che il talento sia l’imitazione di qualche cosa che esiste già: questo, antropologicamente, crea la merda. Un ragazzino di dodici anni dice: “Ah, ok: talento significa cantare benissimo Lucio Dalla.” Va lì, canta perfettamente, applausi e…che cazzo di talento è?! Il talento, anche fatto male, è l’emotività. A me di stonare o meno non frega un cazzo perché, se sto cantando una canzone, lo sto facendo col cuore.

Romagnoli si lancia sulla folla al Fans Out 2017.

Luca chiude questa intervista regalandomi una breve storia che può sintetizzare alla perfezione quale sia la fiamma che tiene viva l’energia del Management Del Dolore Post-Operatorio, il cuore che portano ogni sera sul palco e che infilano in ogni canzone. 

Un golfista è all’ultimo tiro di una partita di golf. È lontanissimo dalla buca e ha solo un tentativo. Ci prova e, come fosse in un film, fa buca. Uno, dagli spalti, si alza e gli fa: “Mamma mia, che fortuna!” E lui gli risponde: “È vero, sono stato fortunato. Però c’è una cosa che ti devo dire: più mi alleno e più divento fortunato.”

Questa breve parabola romagnoliana è un insegnamento per tutti i gruppi, da quelli che “passano tanto tempo in cantina” – come direbbero i PUP – fino a chi sta iniziando a fare successo:”La fortuna, nella musica, te la devi andare a cercare”, aggiunge ancora il frontman.
Diffidate dalle scorciatoie. 

Se volete approfondire la vostra conoscenza del Management Del Dolore Post-Operatorio, potete andare qua: Discografia Completa Vol.1. Management Del Dolore Post-Operatorio.

Il Management Del Dolore Post-Operatorio sono:
– Luca Romagnoli, voce;
– Marco Di Nardo, chitarra;
– Lorenzo Castagna (IMURI), chitarra;
– Antonio Atella (IMURI), basso;
– Valerio Pompei (IMURI), batteria.
Guest star al Fans OutNicola Ceroli, batteria storica.

Grazie ancora a Luca Romagnoli per la disponibilità e in bocca al lupo per il vostro tour! 🙂

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