Tormentoni alternativi. Intervista con La Macabra Moka (Vintage Garage, Calosso, AT, 05/08/2017)

“Che poi io sono la persona meno adatta a questo lavoro”, dice Pietro Parola mentre prova a piegare (invano) una delle magliette de La Macabra Moka, “mi hanno messo qui al banchetto perché sono l’unico che non suona e allora mi fanno: ‘Vai tu!'”
Dopo essermi aggiudicato una fantastica maglia con Iva Zanicchi e Giancarlo Magalli in versione zombie, mi allontano dal banchetto del merchandise e raggiungo Stefano Dessì ed Elia Dadone, chitarrista e batterista della Moka, che si stanno rilassando dopo un live infuocato al Vintage Garage di Calosso.
Ecco di cosa abbiamo discusso!

La prima domanda che vorrei farvi è la seconda domanda più banale che si possa porre a un gruppo: che genere fate? Secondo me, nel vostro caso, non è così banale, perché mi pare che vi stiate creando una nicchia musicale piuttosto specifica…
Stefano Dessì: Facciamo sicuramente qualche cosa di diverso rispetto a quello che sta girando ora, ma non abbiamo creato nulla di nuovo. Mischiamo un po’ di generi diversi che sono le nostre influenze e non siamo la copia spiaccicata di qualcun altro ma non siamo sicuramente così innovativi. Per me ci avviciniamo a uno stoner/grunge alternativo.
Elia Dadone: È bello, però, che tanti ci associno o a generi e gruppi diversi: dai Marlene Kuntz, fino ai System Of A Down, passando per i Foo Fighters e i Gazebo Penguins.

Pietro Parola (davanti) e Fabio Serale durante il loro live al Vintage Garage.

Riflettendoci mentre preparavo l’intervista, ho pensato che voi potreste essere una sorta di Pinguini Tattici Nucleari che incontrano i Cibo
Elia: Beh, intanto i Cibo sono dei nostri grandi amici. Io per primo sono un loro fan e mi fa piacere che ci associ a loro. Con loro abbiamo anche il non prenderci sul serio. Perché noi siamo, come dire…
Stefano: Cazzoni!
Elia: …caciaroni! [sorride] Quindi abbiamo qualcosa in comune di sicuro, anche se i Cibo sono più demenziali di noi. Di sicuro io vengo da quel mondo lì, dall’hardcore punk che suonavo quand’ero giovane e, quindi, il “tupa-tupa” di quel genere viene sicuramente fuori!

Tempo fa dichiaravate a proposito dell’assenza di un bassista che non vi precludevate la possibilità di trovarne uno in futuro. Era ancora il periodo di Ammazzacaffè. Ora, visto quanto è definito il sound de La Macabra Moka dopo due soli album, siete ancora aperti a una soluzione stilistica di questo tipo?
Stefano: Beh sicuramente con un basso il suono cambierebbe. La scelta di trovarne uno non è stata scartata ma è di difficile attuazione. Inserire un componente in più all’interno di una band è difficile, specialmente in un gruppo che suona assieme da tanti anni. È un’idea che lasciamo in un angolino, per il momento. Dovremmo trovare un turnista e dovremmo pagarlo…solo che già fatichiamo a pagarci da soli!
Elia: E poi c’è sempre il lato pratico. Noi giriamo con una macchina dove carichiamo tutta la backline: già fatichiamo a starci in quattro, in cinque le cose si complicherebbero…purtroppo i mezzi a disposizione dei gruppi underground sono quelli che sono e ci si arrangia come si può! [sorride] In un’ottica ipotetica di crescita del progetto, con situazioni più grosse in cui suonare, un turnista/bassista che fa i backing vocal, permettendo ai due chitarristi più libertà sul palco, sarebbe un’idea figa. Ma per adesso non ne sentiamo la necessità, né credo si senta la mancanza di un bassista.
Decisamente no.
Stefano: L’importante è quello! [sorride]

Stefano Dessi (a destra) e Pietro Parola sopra e sotto il palco del Vintage Garage.

Sempre a proposito del vostro stile, è molto interessante notare come venga sviluppato il cantato: nelle strofe, spesso, vicino allo spoken word e nei ritornelli più urlato. Da qui la mia curiosità: come nasce un testo e, più in generale, una canzone de La Macabra Moka?
Stefano: Le canzoni nascono da noi tre – io, Fabio [nda. Serale, l’altro chitarrista] ed Elia – senza il cantante [nda. Pietro Parola], che, nel periodo di composizione, solitamente, non viene neppure alle prove. Partiamo da un riff di chitarra e da lì sviluppiamo i brani che, una volta chiusi, vengono proposti al cantante.
Elia: Pietro a quel punto tira fuori una linea melodica con un finto inglese e noi gli facciamo trovare la traccia chiusa. Poi, quando ha il testo pronto, “riapriamo” il pezzo, allungando strofa e ritornello, lavorando sulle linee vocali dei cori, ecc. Poi, noi applichiamo anche un’altra regola: se un pezzo, nel giro di tre sale prove, non viene chiuso, lo scartiamo. Perché sappiamo che tanto non lo chiuderemo mai!

Vorrei parlare del vostro ultimo video, Radio Fa, primo singolo di Tubo Catodico. Qui trovo che venga creato un parallelismo molto interessante: nella scena in cui il protagonista viene deriso dai superiori sul posto di lavoro, vediamo che pure lo speaker radiofonico ride sguaiatamente, quasi come se si aggiungesse allo sfottò dei capi. Ci state cercando di dire che le radio ci stanno prendendo per il culo?
Stefano: Tutte le radio nazionali – e non solo – hanno un taglio editoriale improntato sugli ascolti. Per fare ascolti, devi trasmettere ciò che va sul mercato. E loro dettano il mercato. Hanno il coltello dalla parte del manico, perché plagiano gli ascoltatori come vogliono e, nello stesso tempo, devono trasmettere cose che gli piacciano. Questo chiude le ali a un certo tipo di musica che può essere di qualità. Anche perché è di questo che stiamo parlando: spesso la qualità viene meno in favore di cose più vendibili.
Elia: Noi ascoltiamo la radio, soprattutto in macchina, ma raramente scopriamo gruppi interessanti attraverso di essa. Ciò che trasmettono le radio commerciali non è certo in linea con i nostri ascolti…
Stefano: Radio Fa parla proprio dell’heavy rotation, di come certi pezzi te li mandino in onda sette volte al giorno, ad ogni ora e in ogni programma.
Elia: …pezzi che, anche se non ti piacciono, ti entrano in testa!

Che poi, a rifletterci, trovo che sia molto più triste che questo accada con radio come Virgin, piuttosto che con Radio Deejay, soprattutto se si pensa alle basi su cui era nata quell’emittente…
Elia: Soprattutto se si guarda ai gruppi italiani che spinge…tu li hai mai visti ai festival? Non si sa neppure dove suonino! E i gruppi che girano un po’ di più, anche tralasciando l’underground, non vengono trasmessi dalle radio: è come se fossero due mondi separati. Noi non ambiamo ad essere passati in radio. Ci piace suonare, ci piace andare in giro, conoscere gente. Anche se ci sono da fare ore di macchina le facciamo volentieri. Pur iniziando ad avere una certa età…
Stefano: Parla per te! [ride]
Elia: È quello che ci piace. Noi sappiamo benissimo che quello che facciamo noi difficilmente può, anche solo lontanamente, interessare una programmazione radiofonica. Ma non ci interessa neppure.

Fabio Serale (a sinistra) e Elia Dadone sul palco del Vintage Garage.

Proprio su questo, in realtà, vorrei contraddirti parzialmente. Voi nascete, a prescindere da una definizione di genere, come un gruppo “anti-pop.” Però, nello stesso tempo, nei vostri brani c’è sicuramente un’attitudine “anthemica”: un’anima tormentona! Sono canzoni, le vostre, che si vogliono imparare a memoria per poterle cantare a squarciagola!
Elia: Nonostante tutto, ricerchiamo una certa orecchiabilità. Il pop, di per sé, non è una cosa negativa per noi. A nostro modo cerchiamo di avvicinarci ad esso. I primi pezzi del demo [nda. Espresso] e di Ammazzacaffè non possedevano sempre una struttura strofa/ritornello. Con Tubo Catodico abbiamo cercato di limare questo aspetto, proponendo delle strutture più standard ma mantenendo le sonorità che abbiamo maturato nel corso degli anni. Però, ci fa molto piacere che le persone trovino cantabili i pezzi e vederle cantare sotto il palco è sempre una soddisfazione! [sorride]
Stefano: Diciamo che l’idea non è quella di una canzone pop pensata per entrarti in testa ma quella di avere dei pezzi che ti dicano qualche cosa. Ti entrano in testa perché li hai ascoltati e li hai capiti: ti è arrivato il messaggio.
Elia: …e, sicuramente, non facciamo brani pensati per rientrare in una certa categoria: le canzoni devono piacere innanzitutto a noi. Quando abbiamo preparato l’ultimo album, avevamo davvero molti pezzi – più del doppio rispetto a quelli finiti sul disco – e la cosa più difficile è stata mettersi d’accordo sui brani da inserire. Un accordo su quello che ci piacesse, non su quello che potesse funzionare meglio.

Sono partito da una domanda banale e voglio chiudere con un’altra domanda banale. Vista la vostra attitudine underground e visto il vostro interesse per il mondo dei media, vorrei una vostra opinione sui musicisti cosiddetti indie, finiti dentro al “tubo catodico”: Manuel Agnelli e Levante. Voi come la pensate al riguardo?
Stefano: Mah, diciamo che non siamo assolutamente contro la possibilità che i musicisti indie finiscano in televisione. Anzi, ben venga: gli dà una visibilità che altrimenti non potrebbero avere. Manuel Agnelli in questo modo ha fatto conoscere gli Afterhours a parecchia gente. È bello che una band fondamentale del rock italiano possa essere arrivata a più gente grazie al fatto di essere entrato in TV. Ciò che non ci piace è il fatto che la gente tenda a fare roba televisiva per andare in TV. Levante, invece, è sempre stata una cantautrice pop. È passata dal mondo dell’underground, dove si è fatta la giusta gavetta, ed è finita nel posto che gli spetta. Lei potrebbe diventare la futura Laura Pausini o Elisa. Era semplicemente il percorso che voleva fare e, cosa che le fa onore, lo ha fatto passando dal basso. Ha capito quali erano le situazioni di un musicista emergente, affrontando una fase che chi esce da un talent, spesso, si salta. Lei e Agnelli, invece, hanno fatto tutto il percorso e hanno fatto una scelta: è ingiusto criticarli per questo.
Elia: Anche se io preferivo Elio come giudice… [ride]

La Macabra Moka sono:
– Pietro Parola, voce;
– 
Stefano Dessì, chitarra;
– Fabio Serale, chitarra;
– Elia Dadone, batteria.

Grazie per la disponibilità, ragazzi: in bocca al lupo per tutto! 🙂
A voi, lettori, invece, consiglio vivamente di fare un salto sul bandcamp della band, dove troverete tutta la discografia del gruppo – demo compresi – aggratisecomepiaceannoi!

Domanda #SupportYourLocalScene.
Una band che vi sentite di sponsorizzare e sostenere. 

Elia: Devo fare una piccola premessa. Noi siamo di Cuneo e seguiamo molto la scena provinciale: siamo amici, andiamo spesso ai concerti e ci ritroviamo puntualmente ogni volta. Non ti consiglierei nessuno di quelli che hanno la nostra età e che do per scontato che siano già conosciuti. Ti dico quindi gli Alysei, una band di Fossano, mi pare, che da tempo stanno preparando il primo album. In giro dovrebbe esserci solo un demo. A me sono sempre piaciuti moltissimo. Ti dico loro perché sono giovani e promettenti.

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